| Vitruvius Pollio I dieci libri dell'architettura 1567, tr. Daniele Barbaro | ||||||
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Hor segue quello, che mia musa mostra,
Della rugiada dir', & della brina
Et del resto consorm'a simil mostra.
Dolce calor dalla luce diuina
Dolcemente un uapor lieua dal piano,
Nella parte dell'aer piu uicina.
La notte col suo freddo uelo, & piano
Restringe quel uapor', & quell'inuoglie
In gocciole connerso a man'a mano.
Quest' all'herbette, a i fior', & alle foglie
Tremolando s'accosta, & nel mattino,
I bei raggi del Sol, qual specchio accoglie.
Simil uapor'fa il gelo mattutino;
Ma perch'il gelo è piu potente, & forte,
Però si strigne & diuenta piu fino.
Spesso si sono le persone accorte
Ch'al basso la rugiada si condensa
Per non esser calor, ch'alto la porte.
Perche sedend'a diletteuol mensa
Ne bei prati la sera, hanno sentito,
Che tal uapor di sotto si dispensa.
Il luogo, & la stagion fanno l'inuito
A quest'impression, che spess' amaro
Et speß'ha dolc'il gusto, & saporito.
S'hebbe gia un cibo precioso & caro,
Simil alla rugiada, far per fede,
Quanto puo il aielo con inditio chiaro.
Nella diserta piaggia oue non uede
Nascer herbette il Sol', o sorger fonte,
Fa fatt'un popol d'ogni cibo herede.
Col gusto lor', & con le uoglie pronte
Vn'esca sol'haueua ogni sapore,
Odi cose incredibili, ma conte.
Er'un paese, ou'il diuin fauore
Conduceua la gent'a Dio diletta,
Sott'il uessillo d'un gran conduttore.
In quello in uece d'acqua pura, & neta,
Candido latte, & dolce mel correa,
Ogni cosa in suo grado era perfetta:
Ma giugner prima, ou'andar si douea
Senza fatica, & camin aspro, & pieno
D'ogni disagio, & mal non si potea.
Il popol si sentiua uenir meno,
Et della uita & delle sue speranze,
Et al mal dire non haueua freno.
Il capitano alle celesti stanze
Gli occhi, & le palme humilmente uolgendo,
Pregò, secondo le sue antiche usanze.
Padre (dicea) del ciel se ben comprendo
Hauer condotta la tua gente in loco,
Oue la morte senza te n'attendo.
Tu, che partisti gli elementi, e al fuoco
Seggio sublime, & piu capace desti
E'l troppo al mezo riducesti, e'l poco:
Pur'io confido ne i miei uoti honesti,
Che son fondati nelle tue promesse,
Che grat'il nostro male non hauresti.
Meco son queste genti, & io con esse,
Esse alla mia, & io sto alla tua uoce,
Voce, che sta nelle tue uoglie stesse.
Ecco l'aspro sentier quanto lenoce,
Quant'è l'error fallace delle strade,
Quat'è la fame indomita, & atroce.
Tu sei la uia, tu sei la ueritade,
Tu sei la uita, però dolce padre
Mostraci il uer camino per pietade.
Porg'il cibo bramato alle tue squadre,
Et fa, che si comprenda, che ne sei
Presente, con quest'opere leggiadre.
Vdì la uoce il padre de gli Dei
Del Capitan fedele, & suo gran duolo,
Mostrò quant'ama i buoni, & odia i rei.
Però chiamand'il suo beato stuolo
Quello, ch'il suo uoler'in terra spiega,
Einnant'ogn'hor li stà con dolce uolo.
Dissegli, poi ch'al giusto non si niega
Giusta dimanda, hor gite oue si serua
L'ambrosia nostra, e'l nettare si lega
Ne i uasi eterni, in eterna conserua:
Di questa sopra la diserta piaggia,
Oue il popolo mio la fame snerua,
Tanta dal Ciel per ogni uerso caggia,
Ch'ogn'un'il seno si riempi, & goda
Nè ui sia tribu, ch'in copia non n'haggia.
Ecco una schiera di quei spirti snoda
Le celesti uiuande giu dal cielo,
Piouen quell'esca, per ch'ognun la roda.
L'afflitta turba, che dal chiaro uelo
Del bel seren'intorno, uede & mira
Scender'il dolce, & trasparente gelo,
Desiosa la coglie, & pon giu l'ira,
Che la fame nodrisce, & sene satia
Con merauiglia, & quanto puo respira.
L'alto stupor di cosi rara gratia
Conduce a dir'ogn'un, che cos'è questa?
Qual boccanon fia stanca pria, che satia?